|
L'ultimatum dell'Austria, allarmata dai preparativi militari del Piemonte,
porto' nel 1859 alla guerra. Secondo gli accordi di Plombieres, Napoleone III,
postosi alla testa degli eserciti alleati, mosse in aiuto del Piemonte e
sconfisse gli Austriaci prima a Montebello, poi a Palestro e a Magenta, mentre
Garibaldi con i suoi Cacciatori delle Alpi, vinceva a Varese e a San Fermo. Le
battaglie di Solferino e San Martino concludevano la liberazione della
Lombardia. A questo punto Napoleone III, rendendosi conto che queste vittorie
andavano a esclusivo vantaggio della monarchia sabauda e temendo la reazione
che avrebbero provocato in Francia le numerose perdite subite, firmo' con
l'imperatore austriaco l'armistizio di Villafranca (11 luglio 1859). Anche
Vittorio Emanuele II firmo' l'armistizio, provocando le dimissioni di Cavour,
che voleva continuare la guerra senza la Francia.
Intanto nell'Italia centrale i patrioti insorti, ribellandosi a una clausola
dell'armistizio che voleva restaurati i sovrani nei ducati, chiedevano
l'annessione al Piemonte. La ottennero grazie alla mediazione di Cavour il
quale, tornato al governo, per ottenere il consenso di Napoleone III
all'ampliamento del regno sabaudo, gli cedette Nizza e la Savoia.
In Sicilia, contro la tendenza di Cavour a fare l'unita' d'Italia per via
diplomatica, i mazziniani agirono affidandosi all'iniziativa popolare. I
numerosi focolai di rivolta accesi in tutta l'isola, facilitarono la conquista
del regno delle Due Sicilie effettuata da Garibaldi con la spedizione dei Mille
(5 maggio-7 settembre 1860).
Preoccupato del grandioso successo dell'impresa garibaldina, Cavour riprese in
mano la situazione politica. Svento' il tentativo di Garibaldi di proseguire
fino alla liberazione di Roma, cosa che avrebbe provocato l'intervento di
Napoleone III, inviando truppe piemontesi nelle Marche e nell'Umbria,
territorio pontificio. Con il sistema dei plebisciti, le due regioni furono
poco dopo annesse al Piemonte, cosi' come i territori del regno delle Due
Sicilie che Garibaldi, nello storico incontro con Vittorio Emanuele a Teano,
consegno' al re. Il 17 marzo 1861 il primo Parlamento italiano proclamo' a
Torino la nascita del regno d'Italia. All'unificazione nazionale mancavano
pero' ancora Roma e le Venezie.
Condizioni dell'Italia dopo l'unita'
All'indomani della raggiunta unita', l'Italia si trovo' di fronte a numerosi
problemi da risolvere, alcuni anche aggravati dal modo in cui l'unita' era
stata raggiunta.
Il problema economico va visto in tutta la sua ampiezza, collegato alla
situazione economica europea caratterizzata dal grandioso progresso industriale
dei maggiori paesi, come l'Inghilterra, Germania, Francia e Belgio. L'Italia,
per mancanza di tecnici, oltre che di materie prime, non era allora in grado di
competere con questi paesi. Soltanto in Piemonte e in Lombardia esistevano
alcune industrie, per lo piu' tessili e, in definitiva, in Italia l'agricoltura
restava l'attivita' principale.
Alla difficile situazione economica si aggiungevano le continue epidemie che
decimavano la popolazione e gravi piaghe sociali come l'analfabetismo.
Nell'organizzazione dello Stato prevalse l'idea di estendere a tutta Italia le
leggi piemontesi affidate a una burocrazia in gran parte formata da funzionari
piemontesi. I poteri del clero furono limitati, i possedimenti ecclesiastici
furono confiscati.
Il problema piu' grave resto' quello costituito dalla cosiddetta QUESTIONE
MERIDIONALE; a parte il breve periodo di Murat, il Mezzogiorno era stato tenuto
dai Borbone in una situazione di grande arretratezza e corruzione. Il
malcontento contro i passati governi e contro i metodi usati dai Piemontesi
nell'unificare il paese alimento' nel sud il fenomeno del brigantaggio,
affrontato dal nuovo governo con una violenta repressione che non poteva che
peggiorare le cose.
La Destra al governo dal 1861 al 1876
Dal 1861 al 1876 i governi della Destra storica portarono a compimento i due
maggiori problemi rimasti aperti dopo la morte di Cavour: il completamento
dell'unita' italiana, con la liberazione di Roma e del Veneto, e l'unificazione
amministrativa e legislativa.
Con il primo ministero di Bettino Ricasoli si compi' l'organizzazione
amministrativa, che divise il paese in province e comuni retti da funzionari
nominati dal re. Il successivo governo Rattazzi per risolvere la questione di
Roma favori' di nascosto un'iniziativa di Garibaldi, ma fu costretto dalla
reazione di Napoleone III a bloccare con le armi l'avanzata dei garibaldini
verso Roma (scontro di Aspromonte, agosto 1862).
L'indignazione sollevata dall'episodio in tutto il paese porto' alle dimissioni
di Rattazzi e all'ascesa di Farini e quindi di Minghetti, il quale, ricorrendo
alle trattative diplomatiche, stipulo' con Napoleone III la Convenzione di
settembre (1864), impegnandosi a trasferire la capitale a Firenze.
La liberazione del Veneto fu resa possibile dalla guerra fra Austria e Prussia,
in cui l'Italia pote' inserirsi alleandosi con quest'ultima (terza guerra
d'indipendenza). L'Austria, pur vittoriosa sulle truppe italiane a Custoza e a
Lissa fu sconfitta dalla Prussia e costretta a privarsi del Veneto che fu
ceduto, con la mediazione della Francia, all'Italia (1866).
Quattro anni dopo, la guerra franco-prussiana, determinando la caduta di
Napoleone III, ostinato difensore del potere temporale, consentiva alle truppe
italiane di superare le debole resistenza dell'esercito pontificio e di entrare
in Roma (20 settembre 1870), mentre il papa si rifugiava in Vaticano.
Il rifiuto di Pio IX di riconoscere il fatto compiuto apri' un grave dissidio
fra i cattolici e lo Stato italiano.
Le guerre del Risorgimento avevano stremato le finanze dello Stato; per
risanarle, i ministeri Lanza e Minghetti attuarono un'opera di contenimento
delle spese pubbliche e di inasprimento fiscale (tassa sul macinato) che, se
porto' al pareggio del bilancio, aggravo' le condizioni economiche e sociali
del paese e soprattutto delle masse contadine. Il ministero Minghetti, incapace
di affrontare questi problemi, messo in minoranza, dovette dimettersi.
|
|
|
|